Macromonitor: “I mercati non credono nel default Usa”

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Gli Stati Uniti faranno o non faranno default? Nel consueto "Macromonitor" settimanale, l'economista di Mps Mario Seminerio considera l'evento poco probabile. "Verosimilmente – dice – i mercati ritengono che un vero default sia e resti evento del tutto improbabile, oltre che profondamente distruttivo e autolesionistico per le parti in conflitto negoziale, e che si rischi al più un ritardo tecnico nel pagamento di titoli di stato e cedole in scadenza, motivo per il quale gli investitori aumentano temporaneamente la quota investita in liquidità ed evitano titoli in scadenza intorno alla data di raggiungimento del tetto di debito". Le ultime informazioni provenienti da Washington, aggiunge Seminerio, "ipotizzano che tale scadenza possa essere il 22 novembre. In caso di ritardo nel pagamento di cedole e capitale, e se tale ritardo verrà ufficialmente comunicato il giorno precedente, tutti i Treasury resteranno trasferibili e utilizzabili nei sistemi di scambio elettronico della Federal Reserve (Fed, ndr), quindi anche per operazioni di pronti contro termine, anche se verosimilmente attraverso applicazione di un maggiore scarto di garanzia".
Secondo Seminerio, è importante, in questo quadro, considerare anche il probabile impatto di un accordo congressuale: un taglio immediato di spese (anziché differito a dopo il 2014) rischia di deprimere ulteriormente la crescita. "Più in generale – aggiunge l'economista – il contrasto ideologico tra i due partiti è così radicale che lo stallo rischia di perpetuarsi per molto tempo a venire e bloccare iniziative di riforma pro-crescita, ad esempio su immigrazione, riforme fiscali, interventi sulle infrastrutture. Questa paralisi – aggiunge Seminerio – rischia quindi di rovesciare le speranze di crescita esclusivamente sulla Fed di Janet Yellen, e rinviare o rallentare la normalizzazione delle condizioni monetarie. A livello di impatto sui mercati, uno scenario del genere favorirebbe i prodotti a spread rispetto alle azioni, e gli attivi non statunitensi".

 

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